sabato 16 maggio 2009

Il momento delle scelte

A volte nella vita si fanno delle scelte discutibili, a volte si fanno delle scelte appropriate mentre saltuariamente si preferisce non scegliere aspettando che siano gli altri a decidere per noi.

In questo momento di incertezza trovo che molte persone abbiano deciso di attendere che siano gli eventi ad indicare loro la strada da seguire.

Se questo atteggiamento può essere vincente in periodi di floridezza economica, in questo preciso momento invece l’attendismo può solo essere considerato una forma di codardia.

Non accorgersi, o peggio ancora non volersi accorgere , che il mondo è cambiato e continuare a sperare che tutto torni come prima è solo stoltezza o, peggio ancora, follia.

Purtroppo questo è l’atteggiamento di molti media e della politica, nostrana e non, che preferisce sperare nella ripresa incondizionata dell’economia globale piuttosto che interrogarsi, serenamente, su quali siano gli scenari che si stanno delineando e quale impatto avranno sulle nostre vite.

Il modello industriale, che pareva ormai correre spedito verso il viale del tramonto a favore di una “nuova economia”, si sta invece dimostrando l’unico in grado di avere un impatto certo sull’andamento di un paese e di ribaltarne le sorti. Guardiamo gli accadimenti di Irlanda e Inghilterra, due paesi che per strade differenti hanno abbandonato il “manifacturing” in favore del terziario, dei servizi finanziari e del real estate, in questo momento stanno attraversando la peggior crisi dai tempi della signora Tatcher la “lady di ferro”.

Negli States sta accadendo fondamentalmente la stessa cosa, il modello industriale abbandonato negli anni passati a favore di un decentramento delle attività di produzione industriale, in gran parte delocalizzate in Cina, sta provocando una vera ecatombe di posti di lavoro.

Anche se gli ultimi dati sulla disoccupazione sembrano essere meno peggio del previsto, il jobless rate ha ormai superato i precedenti picchi del 1975 e del 1982 e, di conseguenza, la situazione sta cominciando a diventare difficile anche sul piano dei consumi interni. Ne abbiamo parlato più volte, il livello di indebitamento delle famiglie Americane, fatta eccezione per il mutuo, è pari a US$ 16.890 che per il meccanismo del “minimum monthly payment” applicato dalle carte di credito vuol dire una rata mensile di US$ 811 cioè ben 610 € al cambio odierno. (http://www.nationalscoreindex.com/)

Questo accade perché negli States le carte di credito non vengono estinte a fine mese come avviene normalmente in Italia ma il meccanismo è quello delle chiamato “revolving” cioè solo una parte del debito viene estinto mensilmente, normalmente il 5%. Non stupisce allora che il livello di default sulle carte di credito, il numero di clienti che non riesce più a ripagare la rata mensile, ha raggiunto il massimo livello in oltre 20 anni.


Purtroppo il livello non ha ancora raggiunto il massimo e, onestamente, mi aspetto livelli di default molto più alti di quelli attuali per alcune ragioni tecniche :

1) Negli Usa quasi tutte le carte di credito offrono una protezione da unemployment, disoccupazione, chiamata CPI (Credit Protection Insurance) che provvede al pagamento di 6 o 12 mensilità nel caso di perdita di lavoro
2) Ogni Americano possiede mediamente 3.5 carte di credito (http://www.nationalscoreindex.com/) e il meccanismo ormai consolidato è che, una volta raggiunto il plafond della prima, si procede al pagamento delle rate con la seconda e poi con la terza in una sorta di catena di Sant’Antonio.

Questa condizione unica nel mondo mi fa ritenere che il castello di carte crollerà inesorabilmente quando la copertura assicurativa cesserà per la gran parte dei clienti disoccupati ed i plafond delle carte in loro possesso saranno ormai utilizzati al 100%. A quel punto assisteremo ad una vera implosione del settore.

I maggiori player lo hanno capito, Citigroup e American Express hanno proceduto negli scorsi mesi ad attuare una politica di aumento dei tassi di interesse applicati, nel caso di Citi oltre il 14%, e Amex ha lanciato una campagna per invitare i clienti con un debito residuo inferiore ai 300 US$ a rinegoziare il debito e riconsegnare la carta.

Tradizionalmente l’industria delle carte di credito è resiliente durante le crisi economiche grazie alla flessibilità data ai clienti nella gestione dei pagamenti. Quando i clienti ritardano i pagamenti gli emittenti guadagnano sul tasso di interesse applicato e sulle spese aggiuntive addebitate per i ritardati pagamenti. Il fatto che il numero di default stia crescendo è un indice abbastanza preciso dello stato di salute economica dei cittadini Statunitensi.

Come ben sappiamo i consumi pesano per ben il 70% sul PIL Usa che, infatti, continua a perdere pezzi trimestre su trimestre anche se dagli ultimi dati pubblicati il “personal consumption”, il consumo personale, appare un po’ meno cupo rispetto al passato.

In questo scenario di consumi deboli e di indebitamento elevato si inserisce la vicenda della crisi automobilistica Americana. Il settore è considerato da tutti come fondamentale per la ripresa, primo perché l’impatto sul numero di occupati dell’industria è realmente importante, secondo perché, oggettivamente, è l’ultima grande industria presente negli Usa. Se considerate che oltre all’industria automobilistica negli States è rimasto solo il settore delle costruzioni edili mentre tutto il resto è stato subappaltato alle operose fabbriche Cinesi, vi renderete conto di come la partita che si sta giocando in questi giorni sia fondamentale per la ripresa dell’economia.

Questa volta anche noi Italiani abbiamo una parte, importante, in questa vicenda.

Marchionne, l’Amministratore Delegato di Fiat, ha deciso di lanciare un progetto ambizioso che prevede l’acquisizione di Chrysler sul territorio Usa. Il progetto è quello di creare un gruppo che sia in grado di produrre 6-8 milioni di autoveicoli all’anno per poter resistere sul mercato e divenire uno dei 5/6 produttori globali che rimarranno sul mercato in futuro. Nel progetto, a livello Europeo, è coinvolta Opel, che oggi fa parte del gruppo GM, e altri piccoli marchi come Vauxhall in Inghilterra e Saab in svezia.

In questo progetto c’è chiaramente la volontà di divenire un colosso “too big to fail”, troppo grosso per fallire.

Stando ai dati sulla produttività dei suddetti marchi, Opel da una parte e Fiat dall’altra, si evince che entrambi gli stabilimenti sono sottoutilizzati ed in particolare il tasso medio di utilizzo di attesta attorno al 60%. Questo, in soldoni, significa che uno dei due complessi produttivi potrebbe essere ridimensionato a scapito dell’occupazione, già si parla di 7000 esuberi. E’ su questo terreno che si sta giocando la battaglia politica con il governo Tedesco che, pare, ha richiesto l’assicurazione da parte di Fiat di non rinunciare a nessun lavoratore sul suolo Tedesco, prerequisito indispensabile per dare il parere positivo a procedere e, visto che questo è anno di elezioni politiche in Germania, non mi stupirei se gli esuberi venissero identificati tutti sul suolo Italiano.

Ad ogni modo acquisire altri marchi e complessi produttivi in giro per il mondo non garantisce che Fiat sia in grado di superare indenne la crisi. Anche gli ultimi dati sulle vendite di autoveicoli ci dicono che la crisi è ben lungi dall’essere superata.


Abbiamo più volte affermato che il settore del “real estate” è fondamentale per l’economia Usa, nel corso degli ultimi decenni per i cittadini Statunitensi la casa è stata considerata un “bancomat” senza limite, con il prezzo delle case in continua ascesa dal 1990 in poi era consuetudine dare la casa a garanzia per ottenere mutui e finanziamenti per sostenere il loro tenore di vita e vivere a “debito”. Oggi il mercato immobiliare, inteso come la sommatoria delle case vendute per il loro prezzo medio, è in continuo declino e si è riportato su valori visti solo negli anni ’80.

Finché il mercato immobiliare non si sarà stabilizzato faccio fatica a pensare ad una ripresa reale.


Inoltre il numero di proprietari che non è più in grado di onorare le rate del mutuo è in continuo aumento tanto che, specialmente in Florida, alcuni tour operator si sono inventati un nuovo business : il tour delle case all’asta. Esemplare il sito di foreclosure bus tour che per soli 37 US$ garantisce anche il video completo di tutte le proprietà visitate durante il tour.


Come potete comprendere la situazione attuale è abbastanza ambigua, da una parte abbiamo dei dati oggettivamente negativi, dall’altra invece c’è la sensazione diffusa dello scampato pericolo, del superamento di quella che poteva essere realmente considerata la Seconda Grande Depressione.

Molti analisti finanziari e giornalisti hanno cominciato a cercare nelle notizie diffuse il lato positivo, il bicchiere mezzo pieno, in Usa si parla di “green shoots” o “glimmer of hope” e di un nuovo “bull market”. Anche da noi qualche addetto ai lavori ha cominciato ad ipotizzare che questi segnali di ripresa siano solo l’inizio di un nuovo grande mercato “toro” come quello del 2003 teorizzando che l’intervento dei governi sull’economia reale stia cominciando a fare il suo effetto.

Personalmente ho una sensazione differente.

Ho sentito parlare nell’ultimo periodo di recessione a V, a L, U e W ma, a prescindere dalle lettere dell’alfabeto a disposizione, credo che nessuno abbia la sfera di cristallo per fare una previsione accettabile in queste condizioni e il rischio di prendere delle “sonore cantonate” è oggettivamente molto alto.

Alla fine degli anni ’80 l’università di Berkeley in California finanziò un esperimento condotto dallo psicologo Philip Tetlock su un campione di 284 esperti in questioni economiche. Il panel era composto da professori universitari, giornalisti economici e analisti finanziari.
A ciascuno di loro fu chiesto di fare delle previsioni economiche per gli anni a venire e di dare una percentuale di probabilità ad ogni risposta. Le domande si articolavano su una serie di ambiti tra cui i mercati finanziari, le commodities, i tassi di interesse e gli scenari macro.

Alla fine dello studio il numero di combinazioni derivanti dalle risposte portavano a ben 82.361 possibili scenari di cui, per cluster di dati, solo il 33% delle risposte si rivelò corretta negli anni a seguire ben al di sotto di un campione randomico selezionato dallo stesso Tetlock come panel di verifica. Tetlock si rese conto che proprio gli esperti più rinomati si rivelarono i meno accurati nelle loro previsioni perché troppo spesso ancorati a schemi mentali eccessivamente stratificati nel corso della loro vita professionale.

A mio avviso la situazione è chiara perché fino ad oggi, eccezion fatta per il settore bancario che ha oggettivamente giovato degli interventi a pioggia erogati dai vari governi, poco è stato fatto dalle amministrazioni di tutto il mondo per l’economia reale.

Guardiamo con disincanto le dichiarazioni di intenti effettuate durante il G20, a parte qualche levata di scudi sui paradisi fiscali avete avuto la sensazione che sia oggettivamente cambiato qualcosa ? Mi sembra di no.

La sensazione è che al posto di affrontare i problemi si è preferito nasconderli sotto il tappeto e far finta di nulla; purtroppo nascondere i problemi non serve e prima o poi qualcuno chiede il conto e infatti i numeri parlano chiaro, il dati sul PIL nella zona Euro pubblicati Venerdì 15 Maggio sono espliciti : Germania -6,9%; Italia -5,9%; Francia -3,2%.


Mai nella storia delle comunità Europea degli ultimi 29 anni si sono avuti dei dati così negativi.

Il clima che si respira in giro per l’Eurolandia è cambiato in modo negativo, anche la Svezia che da sempre è considerata una delle nazioni più all’avanguardia con un welfare sociale molto evoluto sta scontando il risultato della crisi nella quale è scivolata. A Malmo, terza città della Svezia, capologuogo della prospera Scania, porto sull’Oresund con un passato di traffici che non torneranno più, ci sono oltre 100.000 stranieri a fronte di 270 mila abitanti. Fino qualche tempo fa era l’esempio dell’integrazione multietnica perché con oltre 100 nazionalità diverse la città era considerata un esperimento antropologico che confermava la possibilità di vivere in pace in un brodo primordiale fatto di culture, religioni e costumi diversi.

La crisi ha messo in discussione il modello. Con oltre l’86% di disoccupazione in alcuni quartieri il clima è diventato insostenibile. Ogni sera, da mesi, cassonetti, cabine telefoniche e qualsiasi struttura pensata per la città viene data alle fiamme da molotov lanciate direttamente dal salotto di casa. I vigili del fuoco, stanchi di diventare il bersaglio preferito dopo gli agenti della polizia, hanno deciso di ritirarsi dal loro Forte Apache, la caserma di Rosengard. «I giovani crescono osservando i genitori che vivono di carità pubblica, sanno di essere senza speranza e si comportano di conseguenza: fanno la guerra

In Inghilterra un piccolo scandalo di rimborsi spese gonfiati da parte dei locali parlamentari sta seriamente minando la solidità dell’attuale esecutivo. La gente sotto pressione per la crisi crescente vuole una punizione esemplare e sta spingendo per nuove elezioni anticipate; in passato probabilmente non sarebbe accaduto.

In Italia la gente sta vivendo la crisi in maniera anomala. I consumi si sono drammaticamente ridotti per alcuni comparti merceologici : abbigliamento, calzature, autoveicoli, motoveicoli, ma per altri settori tra i quali la ristorazione e il tempo libero la crisi non si è ancora palesata.

Ad ogni modo dall’ultima pubblicazione disponibile sul sito della Banca d’Italia relativo a “la ricchezza delle famiglie italiane” e aggiornato al 2007 si evince che «la distribuzione della ricchezza è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza mentre poche dispongono di una ricchezza elevata. Le informazioni desunte dall’indagine di Banca d’Italia indicano che nel 2006 la metà più povera delle famiglie Italiane deteneva meno del 10 per cento della ricchezza complessiva mentre il 10 per cento più ricco deteneva quasi la metà della ricchezza complessiva.»

Ciò comporta che per il 10 per cento della popolazione l’impatto della crisi sarà quasi nullo mentre per il 50 per cento più povero la crisi sarà devastante ed è quello che sta lentamente accadendo dove il comparto che sta soffrendo di più in questo momento è quello manifatturiero. Se si guarda ai dati delle cassa integrazione (2009) e li si confrontano con quelli relativi all’anno precedente (2008) ci si rende conto della catastrofe alla quale stiamo andando incontro.

Dobbiamo renderci conto di una cosa, dal 1998 in poi si è creato un sistema produttivo che è in grado di produrre come se il Prodotto Interno Lordo del pianeta fosse il doppio di quello attuale. Si è cioè creata una condizione di “overcapacity” che allo stato attuale dei consumi dovrà essere “smantellata”. In altre parole ai consumi attuali il sistema produttivo in essere è in grado di soddisfare oltre il doppio della richiesta e ciò non ha più alcun riscontro con la realtà. Ciò che avverrà a breve è che molte delle aziende che conosciamo saranno obbligate a fare una scelta, sopravvivere con la metà della produzione e, di conseguenza, con la metà dei costi, personale in primis, o chiudere definitivamente i battenti. Comunque vada ci saranno molti altri disoccupati a spasso.

Decidere dove ciò avverrà è compito della politica, decidere se nel nostro paese ha ancora senso pensare di produrre dei prodotti che vengono realizzati alla metà, se non ad un terzo, del costo in altri paesi meno sviluppati o focalizzarsi sull’innovazione è compito della classe dirigente.

Una classe dirigente che preferisce mettersi “alla cappa” durante la burrasca e aspettare che tutto finisca non è una classe dirigente degna di questo nome.

Il buon velista quando il vento si alza prende una mano di terzaroli e si dirige verso il porto più vicino per mettere in salvo la barca e chi trasporta.

Purtroppo siamo ancora in mezzo al mare e il porto appare ancora distante.

Il momento dell’attesa è finito, mettevi in salvo !!
Quello che avete visto fino adesso non è nulla rispetto a ciò che vedremo dopo l’estate, i mercati stanno ancora scontando l’euforia dello scampato pericolo ma è una gioia effimera, l’orso tornerà e questa volta non sarà più “winnie pooh”, sarà un bel grizzly affamato.

Il palmizio.