mercoledì 19 novembre 2008

Deflazione o Inflazione, il futuro che verrà.

Ringrazio Stefano che con il suo commento di ieri, che trovate qui, mi da la possibilità di introdurre la notizia di oggi : il dato sul CPI ( indice dei prezzi al consumo negli USA ) in calo dell'1% in Ottobre.

Questo è il peggior calo che l'indice dei prezzi al consumo abbia mai registrato dalla sua introduzione nel 1947.


A dire il vero il dato reale, depurato della componente Energia e Alimentare, ci dice che la parte "core" dell'inflazione è in calo solo dello 0,1%.

Questo significa che, tolto il costo dell'energia (leggi petrolio) e degli alimentari, il rallentamento nei prezzi degli altri prodotti che compongono l'indice è piuttosto modesto ma comunque significativo perchè dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che siamo in uno scenario deflattivo a causa della recessione e questo dato si rispecchia nelle quotazioni delle materie prime, petrolio in testa.

A mio avviso siamo alla fine di un ciclo economico completo e pertanto quello che mi aspetto nel breve è la deflazione, con tutte le conseguenze e le opportunità del caso. E' indubbio infatti che questa situazione di materie prime a basso prezzo e tassi in discesa permetterà nel medio periodo la fase di ripresa economica con i suoi scenari reflattivi e successivamente inflattivi.

Diciamolo chiaro e tondo, il petrolio a 50 US$ (e forse meno) accompagnato da tassi al 2% sono la nostra unica speranza di ripresa.

Ma questo è il ciclo naturale dell'economia.

Molti invece ritengono che l'attuale intervento pubblico, il piano del G20 o il piano Bernanke & Paulson, abbia qualche chance di bloccare questo ciclo, o quantomeno ridurre al minimo lo scenario deflattivo, ma onestamente credo che non avrà successo per un semplice motivo :

- il piano Bernanke prevede che il tesoro utilizzi il fondo di 700 miliardi di dollari, autorizzato dal congresso, per ritirare asset "tossici" dai portafogli delle banche, i famosi prodotti legati ai mutui subprime. Questa operazione non ha nessun impatto sull'economia "reale", il suo unico scopo è salvare le banche da un eventuale fallimento dovuto al crollo delle quotazioni dei suddetti prodotti finanziari.

Non voglio sminuire il TARP, questo è il nome del piano, e non voglio dire che le banche non facciano parte dell'economia reale ma, tanto per fare un'analogia, è come curare la polmonite con la tachipirina, la febbre si abbassa ma la malattia avanza.

Di questa situazione se n'è reso conto anche l'autore del piano stesso, Paulson, che in una udienza al congresso, tenutasi ieri, ha dichiarato di voler modificare il piano originale per intervenire direttamente sui sottoscrittori di mutui in sofferenza. Ha finalmente capito di dover intervenire alla radice del problema stesso.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo dove tutto è cominciato.

Tutto è iniziato quando nell'Agosto 2007 la bolla immobilare ha cominciato a sgonfiarsi e i mutuatari Americani hanno cominciato a non pagare le rate dei mutui, in gran parte subprime, che avevano acceso con la speranza di entrare nel ristretto club dei proprietari di case. Il sogno Americano aveva cominciato a vacillare.

Se c'è una cosa che dobbiamo invidiare ai nostri amici d'oltreoceano è la disponibilità di dati pubblici sull'andamento dell'economia, ci sono infatti due indicatori che ci permettono di indagare a fondo il fenomeno : il primo indica il numero di nuovi permessi di costruzione ed il secondo la variazione percentuale delle vendite di case residenziali.



Nel grafico si può notare chiaramente come il numero di "nuovi permessi di costruzione" abbia una impennata già a partire dal 1991, questo momento è a mio avviso l'inizio della "grande abbuffata" immobiliare.

Ma il dato più interessante è che i due indici viaggiano in parallelo con una stretta correlazione per 20 anni dal 1978 al 1998; ad una variazione del numero di case vendute segue una variazione dei nuovi permessi di costruzione, con una precisione matematica.

A partire dal 1998 però c'è una netta decorrelazione, il numero di permessi di costruzione continua ad aumentare mentre il numero di case vendute diminuisce.

Questo è un comportamento anomalo a mio avviso, per quale motivi si continuano a costruire case se poi non si vendono ?

Questo fenomeno è chiaramente visibile dal 1998 al 2005.

Mi sono chiesto se ci fosse stato qualche evento che può aver influito, direttamente o indirettamente, sull'andamento del mercato e sono andato a cercare nelle varie librerie del Tesoro e del Congresso USA qualche informazione a riguardo.

Nell'elenco degli atti relativi al 1998 ci si imbatte in questo documento del Tesoro datato 1 Maggio 1998 dove l'allora segretario presenta l'azione dell'amministrazione Clinton per rilanciare e rendere permanente il "low income housing tax credit" che permetterà di realizzare circa 90.000 alloggi ogni anno.

Nel documento inoltre si comprende che il Presidente degli Stati Uniti ha deciso di aumentare il credito al 40% permettendo la costruzione di oltre 180.000 case popolari. Sempre secondo il documento il Community Reinvestment Act lanciò il Community Development Financial Institutions Fund il cui scopo era quello di rendere accessibile il credito ipotecario anche alla fascia di popolazione "meno abbiente"e che già nei cinque anni precedenti il 1997 il CRA fu responsabile dell'erogazione di oltre 355 miliardi di mutui ipotecari.

Nel documento inoltre si legge che lo scopo principale del CDFI Fund è quello di creare un "network di instituzioni finanziarie per espandere l'accesso al credito nelle comunità a basso reddito", rendendo assistenza ai mutuatari ed alle banche tradizionali affinchè comprendano che anche questi possono essere mercati appetibili (subprime).

Questa può o non può essere la causa del comportamento anomalo di cui al grafico pubblicato ma sicuramente è un indizio da non sottovalutare.

La notizia più sensazionale però l'ho trovata sul sito della Federal Trade Commission, è sempre del 1998 e si chiama Homeowners Protection Act of 1998. Sancisce la fine dell'obbligo per i sottoscrittori di mutui di perfezionare adeguata copertura assicurativa a protezione del rischio di default del mutuatario stesso.

Che beffa !

Ufficialmente il provvedimento è stato promulgato per far risparmiare ai sottoscrittori di mutui qualche centinaia di dollari all'anno ma l'effetto che ha avuto sul mercato è stato decisamente dirompente.

Capisco adesso perchè l'attuale segretario Paulson abbia deciso di modificare il piano TARP per mettere "una pezza" proprio dove la falla si è "aperta" circa 10 anni fa.

Se il piano avrà successo lo scopriremo solo "vivendo", credo si vada nella giusta direzione, il processo di rilancio dell'economia passa senza ombra di dubbio dalla ripresa della fiducia e mai come in questi ultimi mesi la fiducia dei consumatori è ai minimi storici.

Considero un'aberrazione invece la proposta di utilizzare parte dei fondi a disposizione per rilanciare il mercato dell'auto, lo abbiamo visto anche in Italia, il palliativo degli aiuti di stato, ecoincentivi o rottamazione che siano, non hanno nessun effetto nel lungo periodo.

In un mercato in totale ri-definizione come quello in cui stiamo vivendo dare soldi ad una industria decotta mi sembra veramente inutile.

Buona Notte.

1 commento:

Stefano Masuello ha detto...

Mah, eppure qualcosa non mi torna: senza volere tirare in ballo altre questioni più complesse o incerte, di tipo geopolitico, mi chiedo come sia possibile gestire debiti pubblici enormemente superiori al PIL con un gettito fiscale che progressivamente si riduce a causa della recessione.
Dall'altra parte stati come la Cina, che finora potevano permettersi di investire il surplus della bilancia commerciale acquistando il debito pubblico degli stati importatori, ora avranno necessità di utilizzare la loro liquidità per stimolare il consumo interno (vedesi l'intervento da 600 miliardi di USD per le infrastrutture cinesi). A chi gli USA (o l'Italia i cui titoli di Stato hanno già uno spread di rendimento superiore all'1% rispetto alla germania) potranno vendere i loro bonds senza aumentare il rendimento dei medesimi, quindi indebitandosi ulteriormente? Come potranno pagare il debito pubblico se non inflazionando la moneta? Temo che sia inevitabile un ulteriore incremento di liquidità sul mercato: non credo si ridurrà più di tanto la spesa pubblica degli stati più indebitati.
Ciao ancora e buona giornata!