domenica 30 novembre 2008

La Grande Depressione 2 - Parte I

«L'unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa.»

Sembra una frase di Berlusconi ma invece è la frase inaugurale di insediamento del Presidente Franklin Delano Roosevelt. Era il 4 marzo del 1933 e l'america tentava di uscire da quella che, fino ad oggi, è stata la crisi più grande nella quale si sia mai imbattuta "la grande depressione".

Durante i primi 100 giorni del suo mandato, seguendo il programma delle tre R: "relief, recovery and reform" (cura, risollevamento e riforma), emanò una serie di decreti, tra cui l'Emergency Bank Relief Act, che furono i primi di un vasto programma di riforme, successivamente conosciute con il nome di New Deal, grazie alle quali gli Stati Uniti riuscirono a superare la grande depressione.

Ben Shalom Bernanke, attuale capo della Federal Reserve, è stato per anni uno studioso della Grande Depressione, egli è convinto che uno degli aspetti più controversi del perdurare di quella crisi fu l'immobilismo delle istituzioni e lo scarso intervento a sostegno dell'economia.

Egli, come altri economisti, ha individuato almeno cinque cause responsabili della crisi :

- cattiva distribuzione del reddito
- errata gestione delle aziende industriali e finanziarie
- cattiva struttura del sistema bancario
- eccesso di prestiti a carattere speculativo
- errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio).

A parte l'ultimo punto direi che il paragone con l'attuale crisi economica è quantomeno allarmante.

L'inizio della Grande Depressione è associato con il crollo del New York Stock Exchange iniziato il 24 ottobre 1929 (black thursday) ed ebbe delle conseguenze disastrose.

Nel giro di pochi giorni l'indice Dow Jones dimezzò il suo valore, si diffuse un'ondata di panico devastante tra i piccoli risparmiatori i quali si precipitarono nelle banche nel tentativo di salvare il proprio denaro. Il ritiro del denaro dal mercato provocò una crisi di liquidità di ampie proporzioni e il fallimento di molte banche che trascinarono nella crisi il sistema industriale.
La produzione industriale scese di quasi il 50% tra il 1929 e il 1932.

Il presidente Roosevelt, attraverso l'Emergency Relief Act, permise alle banche insolventi di chiudere, riorganizzarsi e ricapitalizzare, anche attraverso storiche fusioni, per essere sufficientemente grandi da sopravvivere. 300 giorni dopo il decreto, oltre 5000 banche furono ispezionate e i due terzi di queste riaprirono i battenti, un terzo fallì. Nel 1933 il Banking Act sancì la creazione di un organismo per la tutela e l'assicurazione dei conti correnti che esiste ancora oggi, FDIC o Federal Deposit Insurance Corp, che assicura i depositi per i primi 100.000 dollari.

Avendo studiato a lungo il fenomeno storico, Bernanke ha subito fatto il parallelo tra la crisi del 1929 e quella attuale intravedendone molte analogie e ha deciso di intervenire immediatamente con tutte le armi a sua disposizione :

- ha deciso di assorbire parte dei Toxic Assett, i famosi CDO - CDS - CMO - ABS, presenti nei portafogli delle banche e usarli come pegno per denaro fresco a favore delle istituzioni finanziarie
- ha concesso a molte istituzioni finanziarie di fondersi con il benestare e la garanzia della Fed
- ha "permesso" a 19 banche di fallire salvaguardando il patrimonio dei clienti con il fondo FDIC e con l'intervento dello stato
- la Fed ed il Tesoro hanno permesso la ricapitalizzazione di diverse Banche e Assicurazioni intervenendo con capitale pubblico
- è in fase di approvazione un piano specifico per il rilancio dei consumi
- è allo studio un piano di incentivi all'industria dell'Automobile e delle Costruzioni
- ha ridotto il tasso ufficiale all'1% (uno per cento)
- ha varato un piano straordinario di finanziamento alle imprese attraverso il meccanismo dei Commercial Paper
- la Fed ha deciso inoltre di rilevare una parte di mutui garantiti da Freddie Mac e Fannie Mae per rilanciare il mercato del business dei mutui

per un totale di spese, impegni e garanzie per oltre 8,5 trilioni di dollari.

In sostanza ha deciso di intervenire massicciamente prima che la situazione sfuggisse completamente di mano e che la crisi finanziaria si trasformasse nella Grande Depressione 2; o almeno questo è quello che deve aver pensato.

A ragione o a torto molti economisti pensano che l'intervento sarà inutile; chi pensa che il piano di rilancio dei consumi sia insufficiente, chi che l'intervento pubblico sia sempre foriero di nuove disgrazie, io personalmente ho una visione differente.

L'economia del 2008 è completamente diversa da quella del 1929, in quegli anni infatti furono colpite soprattutto le economie basate sull'industria pesante, erano infatti gli anni in cui dopo la Grande Guerra gli Stati Uniti conobbero la crescita dell'industria automobilistica, metallurgica, della gomma, dei trasporti, petrolifero e edile mentre oggigiorno l'economia dei paesi più industrializzati è basata soprattutto sui servizi.

Nell'ultimo decennio abbiamo assistito ad una continua delocalizzazione prima dell'attività produttiva, tipicamente in cina, e poi dei servizi a basso valore aggiunto, abbastanza chiaro è l'esempio dei call-center appaltati alle aziende di Bangalore o lo sviluppo di programmi informatici alle aziende di Hi-tech Indiano tanto che negli anni scorsi apparve su Time una copertina dal titolo : "quando l'indiano si compra il cowboy".

Una economia basata sui servizi e con una produzione delocalizzata è una economia dove il "benessere" è garantito solo da un continuo afflusso di denaro attraverso i consumi; se i consumi per qualsiasi ragione si fermano è difficile trovare delle leve manovrabili per rilanciare l'economia.

In altre parole, se dipendo quasi totalmente da un qualcun'altro per i prodotti che consumo, poichè nel corso degli anni ho delocalizzato l'industria per risparmiare sui costi, se i servizi li faccio svolgere in un paese dove il costo è moderatamente basso, cosa mi rimane in casa, su cosa posso ancora puntare per ridare fiato alla mia economia ?

La realtà è che nel corso degli anni abbiamo ritenuto che vista la superiorità economica del cosiddetto mondo "occidentale" si potesse vivere solo di commercio e di finanza e abbiamo "distrutto" il tessuto produttivo necessario per le economie sane e ci siamo convinti che si poteva far pagare il conto ad altri.

Fino ad oggi i costi sono stati pagati da chi, Cina e Giappone in testa, ha finanziato il sistema Americano attraverso l'acquisto del debito ma quando queste economie si fermano è difficile trovare nuovi sottoscrittori per le obbligazioni emesse dal Tesoro USA.

Ma soprattutto qual'è l'economia vincente in questo modello ?

Stando alle ultime informazioni in mio possesso, i dati relativi alle riserve mondiali disponibili parlano chiaro, fatto 100% il valore totale delle riserve disponibili nel mondo la Cina ne possiede il 28.8%, il Giappone il 14.174% mentre gli Stati Uniti solo lo 0,573%. Ebbene si avete capito bene, non è un refuso, sono nell'ultimo le riserve USA sono in calo del 17,3%.
E se i consumi frenano ?

Purtroppo è ciò che sta accadendo in questo momento, è di settimana scorsa il dato relativo ai consumi negli USA, purtroppo è veramente drammatico : -3,7%; per trovare un dato analogo bisogna risalire al 1981.


La conseguenza della riduzione dei consumi sarà la contrazione del Prodotto Interno Lordo ma di quanto il PIL si ridurrà e difficile prevederlo, giusto per fare un paragone nel 1981 a seguito della contrazione dei consumi del -3% nell'anno successivo il GDP (o PIL) è crollato del -6,40%.


I dati parlano chiaro, l'economia alla quale tutti guardiamo per la ripresa "globale" è in forte affanno e, ancora peggio, ha ancora pochissime frecce al suo arco per tentare di riprendere le redini del capitalismo globale.

Fine della prima parte.

venerdì 28 novembre 2008

Il momento della questua

In questi giorni ho atteso invano che ci fosse qualche buona notizia per poterne parlare perchè sono sinceramente esausto di continuare a raccogliere solo cattive notizie ma ciò non è accaduto.

Il "liet motiv" di questi ultimi giorni è "in tempi difficili, misure drastiche".

Questo è quantomeno il messaggio che il neo-non-ancora-insediato presidente Obama ha comunicato al paese nel suo, ormai abituale, messaggio settimanale alla nazione e, per la prima volta nella storia, il messaggio viene anche distribuito su YouTube. [ http://www.youtube.com/user/barackobamadotcom?ob=4 ]

Le misure drastiche a cui si fa riferimento sono principalmente gli aiuti che la Fed ed il Tesoro USA stanno erogando per ridare fiducia e slancio all'economia Americana, sotto forma di finanziamenti, linee di credito, partecipazioni nel capitale delle aziende in dificoltà. Principalmente questi aiuti si sono orientati al settore finanziario, banche in primis, ma ultimamente anche al mondo industriale sotto forma "commercial paper".

Ciò che molti cittadini Americani non sanno è l'importo complessivo che il loro governo ha fino a questo momento erogato, o garantito, perchè, nonostante il congresso abbia più volte richiesto a Paulson & Bernanke di palesare il "conto finale", ad oggi questa informazione non è stata resa pubblica.

Solamente Bloomberg è riuscita nei giorni scorsi a fare un rapido calcolo di quale sia l'importo complessivo annunciato, o già erogato, e la cifra complessiva fa oggettivamente "paura" : 8,5 Trilioni di USD$ ovvero 8.500 miliardi di dollari che i contribuenti Americani potrebbero trovarsi a pagare per il rilancio della propria, ed altrui, economia.

Per essere più chiari la suddetta cifra corrisponde a ben 28.052 USD$ a persona includendo nel conto tutti gli uomini, donne, vecchi e bambini residenti negli USA.


Di per se la cifra è già esorbitante e non è detto che sia quella definitiva. Negli ultimi giorni infatti il numero di "questuanti" che si è affacciato alle porte di Capitol Hill è aumentato a dismisura.

Nell'ordine sono apparsi i CEO delle tre società di automobili GM, Ford e Chrysler, che hanno pensato bene di presentarsi a bordo dei loro lussuosi jet privati provocando, visti i tempi che corrono, l'ira di tutta l'opinione pubblica e negli ultimi giorni alcuni dei General Manager delle più grandi società di costruzioni (Real Estate).

Guarda caso rappresentanti dei due settori che il neo-non-ancora-insediato presidente Obama ha dichiarato di voler aiutare con nuovi finanziamenti e sgravi fiscali a partire dal suo insediamento il 20 Gennaio 2009.

Mentre l'aiuto di stato per il settore Auto verrà deciso solo dopo la fine dell'anno, e sarà legato al piano di revisione di tutto il settore industriale che dovrà impegnarsi a rivedere completamente i propulsori e avvicinarsi così a modelli più eco-compatibili, per il settore Costruzioni i primi aiuti sono già arrivati.

La Fed ha deciso di entrare direttamente nel business dei mutui offrendosi di ritirare oltre 100 miliardi di mutui dalle due agenzie federali Fannie Mae e Freddie Mac tradendo di fatto lo spirito che ha fin qui guidato la Banca Centrale Americana. In nessun paese del mondo la banca centrale prende in portafoglio dei mutui, di solito finanzia le banche o le istituzioni preposte a erogare mutui al pubblico ma mai fino ad ora la Fed aveva messo piede in un terreno che, di norma, è gestito da enti privati e, si è rivelato, estremamente rischioso.

Per fare un paragone è come se in Italia la Banca d'Italia facesse concorrenza alla banca sotto casa. Non si è mai visto.

Questa è una chiara ammissione che il mercato creditizio Americano è pesantemente compromesso e che tutti i passi fin qui compiuti, incluso il taglio dei tassi all'1%, ha sortito pochissimi effetti.

Riagganciandomi al commento di Dani, che trovate qui, il mercato del credito è congelato, non c'è liquidità e nessuno presta più soldi a nessuno neanche a chi a un Credit Score positivo.

L'effetto di questa mossa a sorpresa è che il tasso medio per i mutui a 30 anni è sceso di circa 1,5 punti percentuali e che i tassi impliciti previsti per i T-Bond scontano, a medio termine, saggi di interesse pari a zero.

Stiamo cioè dicendo che il "mercato" sta ormai scontando che i tassi di interesse in America scenderanno fino a raggiungere lo 0%.

Il paese America negli ultimi anni si è finanziato grazie all'emissione di Obbligazioni, Treasury Bons o T-Bonds, che per buona parte sono nelle mani della Bank of China e della Bank of Japan; molti economisti hanno infatti dichiarato che l'economia Americana negli ultimi anni ha continuato a crescere grazie ai soldi dei Cinesi, che d'altra parte finanziavano l'economia Americana affinchè comprasse i prodotti Cinesi in una girandola senza fine.

Con i tassi allo 0% chi avrà ancora interesse a sottoscrivere le obbligazioni USA ?

Con l'economia in contrazione le tasse dei cittadini non saranno più sufficienti a far fronte agli impegni presi dalla Fed e dal Tesoro, che continuano ad espandere imperterriti il loro bilancio, e così facendo saranno obbligati prima o poi ad inondare il mercato con cartamoneta fresca per far fronte agli impegni presi.

Negli ultimi giorni il contratto CDS, Credit Default Swap, sui titoli Americani, T-Bond, è cresciuto a livelli mai visti in passato, ciò significa che c'è già qualcuno che si sta proteggendo da un eventuale fallimento del Tesoro USA ...........


Ma questa è fanta-economia. Speriamo !!

Buona Notte.

domenica 23 novembre 2008

La Valanga

Dobbiamo ringraziare Guglielmo Epifani, segretario nazionale della CGIL, se finalmente la crisi nella sua reale portata è arrivata sulle pagine dei quotidiani nazionali.

Nell'edizione di Venerdì del Corriere della Sera si dedicano infatti ben due pagine a questa "valanga" che si sta per abbattere sulla nostra fragile economia.

Era ora !

Anche il settimanale "il Mondo" proprio nel numero di questa settimana riporta a chiari toni che "è il momento di avere un sano pessimismo" per prepararsi al futuro prossimo. Purtroppo i nostri politici non sono preparati per questo scenario e pertanto, ne Veltroni, ne tantomeno Berlusconi che è ottimista "per contratto", non riescono a trovare le parole giuste per preparare i nostri concittadini a ciò che verrà.

Avanziamo con ordine.

Qualche sera fa sono andato a trovare un amico che ha una piccola produzione artigianale di borse, è la terza generazione di imprenditori, la società è stata fondata dal nonno che faceva l'ombrellaio, il padre l'ha fatta crescere e adesso lui l'ha trasformata in un'azienda che esporta una buona parte della sua produzione all'estero. In particolare negli States e in Giappone.
Purtroppo dal rientro dalla pausa estiva gli ordini sono crollati e, secondo lui, le previsione per il futuro non sono rosee.

Proprio ieri sera il mio amico Fabio che fa l'agente di commercio nel settore tessile per arredamento, tessuti per divani, tappezzerie e tendaggi, mi ha confidato che i negozi lamentano il vuoto totale. Da Settembre i clienti sono spariti.

Chiaramente questi sono solo esempi isolati di ciò che sta succedendo ma, ne sono certo, molti di voi potrebbero raccontare situazioni analoghe o addirittura peggiori.

Tutto sta avvenendo molto in fretta, onestamente più in fretta di quanto molti ritenevano fosse possibile.

Se ricordate solo sei mesi fa si parlava ancora di inflazione e di come il rialzo delle materie prime fosse responsabile per il rialzo dei prezzi. Sulla scorta di queste considerazioni la Banca Centrale Europea ha rialzato i tassi proprio nel momento in cui si cominciavano a sentire i primi segni della "stagnazione" economica provocando la cosiddetta stagflazione, stagnazione più inflazione, che molti economisti ritenevano fosse il male peggiore.

Oggi, qualche mese dopo, ci rendiamo conto che l'economia mondiale sta entrando in una nuova più catastrofica fase dalla quale probabilmente una parte dell'economia reale ne uscirà con le ossa rotte o ne sarà completamente spazzata via.

Ciò che stiamo vivendo è la fine di un superciclo economico iniziato dopo la grande depressione degli anni 30 e che ha visto nelle sue ultime bolle speculative, quella tecnologica del 2000, il real estate (costruzioni) del 2005, il settore finanziario agli inizi del 2007 e le commodities (materie prime) nel 2008, l'ultimo tentativo di rivitalizzare un mercato finanziario per il quale si stava già suonando il "de profundis".

Ritenete che sia una visione catastrofica ? Veniamo ai fatti.

E' indubbio che a partire dagli anni 80 negli USA, e qualche anno più tardi in Europa, la presenza di strumenti finanziari nei portafogli delle famiglie ha assunto sempre più un ruolo importante, dapprima attraverso la sottoscrizioni di titoli di stato, poi obbligazioni bancarie, successivamente fondi, azioni e obbligazioni corporate per poi arrivare negli ultimi anni a titoli strutturati ed esotici (ABS, CMO, CDO etc). Questa "mania" ha sostenuto ininterrottamente il valore dei titoli portando il rapporto tra il costo dei titoli stessi ed il loro rendimento, il dividendo, a raggiungere delle percentuali difficilmente comprensibili.

Durante la bolla speculativa del 2000 sui titoli tecnologici il rapporto tra il costo delle azioni e il dividendo pagato annualmente raggiunse il valore dell'1,5% ben al di sotto di quello che era il rendimento di un titolo di stato dalle caratteristiche di rischiosità decisamente inferiori.

Se si analizza questo rapporto, prezzi/dividendi, dal 1915 ad oggi la sua media storicamente si attesta approssimativamente al 6,5% che, a mio avviso, rappresenta un rendimento interessante mentre per un misero 1,5% non si giustifica il rischio dell'investimento stesso. In questo preciso momento con il Dow Jones a 8000 punti in ribasso di oltre il 40% dai massimi del 2007 il rapporto tra prezzo delle azioni e dividendi si attesta al 3,5% ben al di sotto della media di cui abbiamo parlato poc'anzi.

Durante le tre grandi crisi del XX secolo, più precisamente nel 1929, 1968 e 1987, il rapporto tra i dividendi ed i corsi azionari si sono attestati ben sopra la media raggiungendo il massimo del 16% nel 1933 in piena grande depressione.

Cosa significa tutto ciò ?

Che nonostante il declino degli ultimi 12 mesi, il mercato deve scendere ancora molto e, se è vero che la borsa anticipa l'economia reale, che le società dovranno soffrire ancora prima di arrivare ad un nuovo equilibrio.

Per alcuni settori l'equilibrio passerà attraverso la riduzione del numero di competitor. Per fare un caso concreto è fuori dubbio, e molti analisti finanziari lo hanno sottolineato da un po' di tempo, che tre produttori del calibro di GM, Ford e Chrysler siano troppi in un mercato ormai al collasso, è pertanto sempre più probabile una fusione tra due degli attori oppure una ristrutturazione dell'intero comparto.

Anche il neo eletto presidente Obama si è reso conto di questa situazione e cercherà di fare di tutto per rendere più sopportabile la crisi ai cittadini americani. Purtroppo l'intervento pubblico in questioni finanziarie non sempre aiuta, così è stato durante la grande depressione dove il "protezionismo" non ha reso meno pesante la recessione e anzi ha allungato i tempi per la sua risoluzione. Anche il piano Bernanke & Paulson sembrerebbe non funzionare, ad ogni annuncio di nuovi interventi a sostegno di questo o quel settore industriale il mercato accusa la notizia con perdite a due cifre.

Anche il VIX, l'indice che segna la volatilità dei mercati, si è nuovamente portato in un territorio inesplorato segnalando che la "febbre" dei mercati è ancora alta.

Chi si era rifugiato nell'oro con la speranza che fosse ancora un bene rifugio ha scoperto, suo malgrado, che anche il metallo giallo ha lasciato sul terreno diverse figure percentuali dai massimi raggiunti solo pochi mesi or sono.


Anche questo segnale indica che la propensione al rischio degli investitori è sceso a livelli talmente bassi che probabilmente prima di riavvicinarsi a strumenti diversi dalle obbligazioni statali ci vorranno anni, anni in cui il mercato subirà degli enormi cambiamenti. Anche il numero di società che hanno deciso di quotarsi sul mercato si è ridotto al lumicino, in Italia ad esempio quest'anno sono state solo 5, negli USA solo 44 e dopo l'abbuffata del 2000 gli analisti prevedono che nel 2009 saranno pari a zero. [fonte IPO.IT]

Le operazioni di buyback effettuate dalle aziende hanno inoltre dimostrato che "the game is over". Giusto per fare degli esempi la General Electric ha varato un piano di riacquisto di proprie azioni per oltre 29 miliardi di dollari ad una media di 36 dollari ad azione mentre oggi il titolo ne vale 20. La Lehman Brothers poco prima di fallire aveva riacquistato azioni proprie per oltre 4 miliardi di dollari.

Purtroppo in questa "debacle" globale anche i fondi pensione hanno avuto la peggio, è notizia di ieri che il fondo pensione della Florida ha perso oltre il 50% del proprio valore ma, a dire il vero, anche in Italia qualche fondo se la passa male. Il fonchim, fondo di categoria dei chimici e farmaceutici, ha appena inviato una circolare ai propri aderenti dal titolo: "si, è vero sta scendendo".

Con la norma sul terzo pilastro della previdenza molte aziende hanno incentivato i lavoratori a versare il proprio TFR nei fondi di categoria ma cosa credete farà il lavoratore quando, a fine anno, riceverà il rendimento di gestione. Modificherà la linea di gestione e sceglierà un profilo di rischio nullo.

Siamo di fronte ad una netta inversione di tendenza rispetto al passato, sono anche convinto che una delle principali modifiche regolamentari che il G20 si troverà ad affrontare è quella relativa alla remunerazione dei CEO delle aziende quotate. E' fuori dubbio che molte delle storture e delle truffe finanziarie sono legate alla quantità di stock options o azioni della società che i manager detengono e molto spesso questi signori hanno pensato più al loro tornaconto personale che al bene della loro azienda.

E' proprio di questi giorni la notizia che il fallimento di Lehman è legato al mancato accordo tra Fuld, il suo CEO, e Nomura, che era intenzionata all'acquisto, per divergenze sulla valutazione del pacchetto azionario in mano allo stesso Fuld. Si dovranno trovare assolutamente dei nuovi metodi di incentivare la classe dirigente.

Se riflettete l'economia che conosciamo oggi è figlia della stessa economia nata con l'avvento della rivoluzione industriale ed in particolare il modello che fino ad oggi abbiamo seguito è quello della crescita ad ogni costo. Pensate alla storia di Ford che per incrementare le vendite della sua automobile permette ai propri operai di comprarla a rate trattenendo il costo direttamente dalla busta paga, siamo solo nel 1903 ma ancora oggi, oltre 100 anni dopo, il modello industriale al quale stiamo facendo riferimento è quello dell'industria automobilistica che negli USA rappresenta un indotto di decine di milioni di lavoratori.

Siamo ancora convinti che il modello di sviluppo perseguito sia corretto ?

In Gennaio di quest'anno solo il 42% degli economisti interpellati da Bloomberg riteneva possibile una recessione, oggi la percentuale è del 89,3%. Il dato su cui non si riesce ad avere ancora un panel significativo è la durata della recessione e la sua ampiezza ma le previsioni indicano una recessione simile a quella degli anni 1973-1975 e 1980-1982.
La previsione per il PIL del 2009 indica una contrazione dello 0,5%.

Speriamo che sia effettivamente così contenuto, giusto per darvi un'idea nella "grande depressione" del 1929-1933 il Prodotto Interno Lordo degli Stati Uniti crollò del 45,6% e la disoccupazione raggiunse il 24,9%.

Anche il modello distributivo a mio avviso dovrà cambiare, non ha infatti senso acquistare dei beni a migliaia di chilometri per spendere meno e poi annullare il gap di prezzo trasportandoli all'altro capo del mondo, mettendo in serio pericolo anche il nostro povero ecosistema.

Molti consumatori cominciano a comprendere il risvolto negativo di avere le fragole fresche tutto l'anno e cominciano a consumare prodotti locali. Infatti nell'ultimo periodo il Baltic Index, più volte citato nei miei post, è crollato di oltre il 90% negli ultimi cinque mesi e la stessa Volvo ha dichiarato che a fronte dei 41970 nuovi camion venduti nel 2008 nel terzo trimestre ha ricevuto solo 155 nuovi ordini. Gli ordini sono crollati del 99,63%.

Conclusioni.

E' difficile fare delle previsioni, ho ormai chiaro in mente che stiamo vivendo un periodo storico unico nel suo genere, di quelli che si vedono una sola volta in un secolo, e che, per molti di noi, si preannunciano tempi molto duri. Sono altresì convinto che il modello di società multinazionale presente in ogni angolo del globo ha fallito, nonostante l'approccio glocal, "think global act local", queste società dovranno ridimensionarsi. Ogni paese ha le sue peculiarità e, nei momenti di crisi in modo particolare, i consumatori tendono a prediligere i prodotti locali, nel nostro caso il sano "made in Italy".

E' anche vero però che ci sono delle economie, la nostra ad esempio, che non potrebbe sopravvivere senza l'export perchè i consumi interni non sono sufficienti a sostenere l'economia e che, comunque, molti imprenditori tenteranno la strada della de-localizzazione per riuscire a resistere con prodotti dal costo più basso.

Sono oltremodo convinto inoltre che le economie "mature" dovranno capire che non potranno più raggiungere tassi di crescita elevati ma dovranno essere in grado di accontentarsi di decimi di punto percentuale perchè, parliamoci chiaro, il modello consumistico è ormai decotto. Non possiamo cambiare auto ogni tre anni, televisore ogni due, elettrodomestici ogni cinque e comprare cinque vestiti in un anno a testa per sostenere la crescita.

In Italia inoltre si è de-localizzata la produzione industriale a favore di servizi del terziario ma in una fase di compressione dei consumi come quella che andremo a vivere quali saranno i servizi che riusciranno realmente a sopravvivere ?

Come avrete capito sono molto pessimista sul nostro futuro, sono altresì convinto che l'Italica capacità di adattamento e la nostra proverbiale fantasia ci permetteranno, una volta finita la crisi, di rilanciare i nostri prodotti. D'altro canto se nelle università Giapponesi studiano il modello dei distretti industriali Italiani ci sarà un motivo, ci sono delle nicchie di eccellenza in questo paese che devono essere preservate ad ogni costo.

E' però necessario che la politica mandi un segnale forte; si dice sempre che l'economia Italiana si regge sulle Piccole e Medie Imprese, che sono la spina dorsale del sistema produttivo, dimostratelo !!

Mandate un segnale chiaro ed inequivocabile.


Presentare agli Italiani un piano anticrisi dove la pensata più intelligente è stata "posticipare l'anticipo" dell'IRPEF mi sembra tanto una presa in giro.

In bocca al lupo.

mercoledì 19 novembre 2008

Deflazione o Inflazione, il futuro che verrà.

Ringrazio Stefano che con il suo commento di ieri, che trovate qui, mi da la possibilità di introdurre la notizia di oggi : il dato sul CPI ( indice dei prezzi al consumo negli USA ) in calo dell'1% in Ottobre.

Questo è il peggior calo che l'indice dei prezzi al consumo abbia mai registrato dalla sua introduzione nel 1947.


A dire il vero il dato reale, depurato della componente Energia e Alimentare, ci dice che la parte "core" dell'inflazione è in calo solo dello 0,1%.

Questo significa che, tolto il costo dell'energia (leggi petrolio) e degli alimentari, il rallentamento nei prezzi degli altri prodotti che compongono l'indice è piuttosto modesto ma comunque significativo perchè dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che siamo in uno scenario deflattivo a causa della recessione e questo dato si rispecchia nelle quotazioni delle materie prime, petrolio in testa.

A mio avviso siamo alla fine di un ciclo economico completo e pertanto quello che mi aspetto nel breve è la deflazione, con tutte le conseguenze e le opportunità del caso. E' indubbio infatti che questa situazione di materie prime a basso prezzo e tassi in discesa permetterà nel medio periodo la fase di ripresa economica con i suoi scenari reflattivi e successivamente inflattivi.

Diciamolo chiaro e tondo, il petrolio a 50 US$ (e forse meno) accompagnato da tassi al 2% sono la nostra unica speranza di ripresa.

Ma questo è il ciclo naturale dell'economia.

Molti invece ritengono che l'attuale intervento pubblico, il piano del G20 o il piano Bernanke & Paulson, abbia qualche chance di bloccare questo ciclo, o quantomeno ridurre al minimo lo scenario deflattivo, ma onestamente credo che non avrà successo per un semplice motivo :

- il piano Bernanke prevede che il tesoro utilizzi il fondo di 700 miliardi di dollari, autorizzato dal congresso, per ritirare asset "tossici" dai portafogli delle banche, i famosi prodotti legati ai mutui subprime. Questa operazione non ha nessun impatto sull'economia "reale", il suo unico scopo è salvare le banche da un eventuale fallimento dovuto al crollo delle quotazioni dei suddetti prodotti finanziari.

Non voglio sminuire il TARP, questo è il nome del piano, e non voglio dire che le banche non facciano parte dell'economia reale ma, tanto per fare un'analogia, è come curare la polmonite con la tachipirina, la febbre si abbassa ma la malattia avanza.

Di questa situazione se n'è reso conto anche l'autore del piano stesso, Paulson, che in una udienza al congresso, tenutasi ieri, ha dichiarato di voler modificare il piano originale per intervenire direttamente sui sottoscrittori di mutui in sofferenza. Ha finalmente capito di dover intervenire alla radice del problema stesso.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo dove tutto è cominciato.

Tutto è iniziato quando nell'Agosto 2007 la bolla immobilare ha cominciato a sgonfiarsi e i mutuatari Americani hanno cominciato a non pagare le rate dei mutui, in gran parte subprime, che avevano acceso con la speranza di entrare nel ristretto club dei proprietari di case. Il sogno Americano aveva cominciato a vacillare.

Se c'è una cosa che dobbiamo invidiare ai nostri amici d'oltreoceano è la disponibilità di dati pubblici sull'andamento dell'economia, ci sono infatti due indicatori che ci permettono di indagare a fondo il fenomeno : il primo indica il numero di nuovi permessi di costruzione ed il secondo la variazione percentuale delle vendite di case residenziali.



Nel grafico si può notare chiaramente come il numero di "nuovi permessi di costruzione" abbia una impennata già a partire dal 1991, questo momento è a mio avviso l'inizio della "grande abbuffata" immobiliare.

Ma il dato più interessante è che i due indici viaggiano in parallelo con una stretta correlazione per 20 anni dal 1978 al 1998; ad una variazione del numero di case vendute segue una variazione dei nuovi permessi di costruzione, con una precisione matematica.

A partire dal 1998 però c'è una netta decorrelazione, il numero di permessi di costruzione continua ad aumentare mentre il numero di case vendute diminuisce.

Questo è un comportamento anomalo a mio avviso, per quale motivi si continuano a costruire case se poi non si vendono ?

Questo fenomeno è chiaramente visibile dal 1998 al 2005.

Mi sono chiesto se ci fosse stato qualche evento che può aver influito, direttamente o indirettamente, sull'andamento del mercato e sono andato a cercare nelle varie librerie del Tesoro e del Congresso USA qualche informazione a riguardo.

Nell'elenco degli atti relativi al 1998 ci si imbatte in questo documento del Tesoro datato 1 Maggio 1998 dove l'allora segretario presenta l'azione dell'amministrazione Clinton per rilanciare e rendere permanente il "low income housing tax credit" che permetterà di realizzare circa 90.000 alloggi ogni anno.

Nel documento inoltre si comprende che il Presidente degli Stati Uniti ha deciso di aumentare il credito al 40% permettendo la costruzione di oltre 180.000 case popolari. Sempre secondo il documento il Community Reinvestment Act lanciò il Community Development Financial Institutions Fund il cui scopo era quello di rendere accessibile il credito ipotecario anche alla fascia di popolazione "meno abbiente"e che già nei cinque anni precedenti il 1997 il CRA fu responsabile dell'erogazione di oltre 355 miliardi di mutui ipotecari.

Nel documento inoltre si legge che lo scopo principale del CDFI Fund è quello di creare un "network di instituzioni finanziarie per espandere l'accesso al credito nelle comunità a basso reddito", rendendo assistenza ai mutuatari ed alle banche tradizionali affinchè comprendano che anche questi possono essere mercati appetibili (subprime).

Questa può o non può essere la causa del comportamento anomalo di cui al grafico pubblicato ma sicuramente è un indizio da non sottovalutare.

La notizia più sensazionale però l'ho trovata sul sito della Federal Trade Commission, è sempre del 1998 e si chiama Homeowners Protection Act of 1998. Sancisce la fine dell'obbligo per i sottoscrittori di mutui di perfezionare adeguata copertura assicurativa a protezione del rischio di default del mutuatario stesso.

Che beffa !

Ufficialmente il provvedimento è stato promulgato per far risparmiare ai sottoscrittori di mutui qualche centinaia di dollari all'anno ma l'effetto che ha avuto sul mercato è stato decisamente dirompente.

Capisco adesso perchè l'attuale segretario Paulson abbia deciso di modificare il piano TARP per mettere "una pezza" proprio dove la falla si è "aperta" circa 10 anni fa.

Se il piano avrà successo lo scopriremo solo "vivendo", credo si vada nella giusta direzione, il processo di rilancio dell'economia passa senza ombra di dubbio dalla ripresa della fiducia e mai come in questi ultimi mesi la fiducia dei consumatori è ai minimi storici.

Considero un'aberrazione invece la proposta di utilizzare parte dei fondi a disposizione per rilanciare il mercato dell'auto, lo abbiamo visto anche in Italia, il palliativo degli aiuti di stato, ecoincentivi o rottamazione che siano, non hanno nessun effetto nel lungo periodo.

In un mercato in totale ri-definizione come quello in cui stiamo vivendo dare soldi ad una industria decotta mi sembra veramente inutile.

Buona Notte.

Petrolio -66% dai massimi

Abbiamo già parlato del Petrolio e di come ha ritracciato dai massimi di questa estate, onestamente però faccio fatica a pensare che un ribasso del 66% da Luglio sia ragionevole.

Forse anche chi lo vedeva a 200-300 US$ al barile aveva preso un grosso granchio ma, a mio avviso, adesso il mercato sta scontando, almeno per "l'oro nero", uno scenario catastrofista.

Va bene la crisi globale, il rallentamento dei consumi, della domanda e del mercato dell'auto ma a questi prezzi il Brent riflette uno scenario da Grande Depressione.

A questi livelli inoltre non c'è alternativa "verde" possibile, tutte le altri fonti energetiche sono concorrenziali solo oltre i 100 US$ al barile e anche la ricerca per nuovi giacimenti offshore diventa improponibile.

L'unica cosa certa è che mentre negli USA anche il prezzo della benzina si è dimezzato, mediamente è passato da 4 dollari al gallone a 2 dollari al gallone [fonte EIA], in Italia il prezzo si è sostanzialmente congelato ai massimi.

Qualcuno sa spiegarmi il perchè ?

martedì 18 novembre 2008

I salotti buoni della finanza

C'è un detto in Inghilterra che, tradotto, recita più o meno così : "se perdi un milione è un tuo problema, se perdi 100 milioni è un problema della banca". [ Citazione del famoso economista John Maynard Keynes ]

Questo è quello che deve aver pensato il finanziere Romain Zaleski, quando nei giorni scorsi si è trovato a dover ricercare affannosamente liquidità per fare fronte agli impegni presi con le banche ed in particolare con Banca Intesa.

Chi è Romain Zaleski.

Di origine polacca il finanziere Parigino si laurea in ingegneria nel 1958, e dopo un passato come funzionario pubblico nel 1979 diventa consulente della Comilog e si avvicina alla Carlo Tassara Spa, società con sede in Breno (BS) nel cuore della metallurgica Valcamonica.

Nel giro di pochi anni oltre a diventarne il General Manager ne acquisice il controllo.

Frequentando il salotto buono e cattolico della finanza Bresciana viene in contatto con Bazoli e attraverso i finanziamenti erogati dalla sua banca si lancia in una serie di proficue speculazioni in borsa, Falck - Edison - Montedison, che gli fruttano plusvalenze per centinaia di miliardi di vecchie Lire tanto da diventare nel 2007 uno degli uomini più ricchi del mondo. La rivista Forbes nel 2007 lo colloca al 488 posto con oltre 2 miliardi di dollari di patrimonio netto.

Detto ciò nel corso degli anni e grazie alle amicizie dei banchieri il buon Zaleski è riuscito ad acquisire molte partecipazione finanziarie tali da trasformare la Carlo Tassara in una sorta di "edge fund".

Tra le partecipazioni detenute dalla società c'è, neanche farlo apposta, una cospicua percentuale di Banca Intesa, per essere più precisi il 5,88% pari a circa 698 milioni di azioni.

Ma questa non è l'unica partecipazione degna di nota, il Signor Zaleski nel corso degli anni ha acculmulato svariati pacchetti di azioni sia in società italiane che straniere per un controvalore totale di quasi 9 miliardi di Euro.

Vi chiederete come ha fatto ?

Semplice, con l'equity financing.

Complice la sua fama e bravura pregressa è riuscito a convincere le banche a farsi prestare i contanti per fare gli investimenti del caso dando a garanzia gli stessi titoli che acquistava sul mercato e sostanzialmente è riuscito ad andare a leva a costo zero; infatti per la partecipazione in Banca Intesa il Signor Zaleski si è indebitato con la stessa Banca Intesa per oltre 1,8 miliardi di Euro.

Sembra dai dati di bilancio che la partecipazione in Banca Intesa sia costata al finanziere oltre 3,1 miliardi di Euro ma ai prezzi di borsa di oggi il valore delle azioni è circa 1,4 miliardi con una perdita secca di oltre 1,7 miliardi.

Il patto tra il finanziere e la Banca è molto semplice, si basa su una equazione elementare : la banca finanzia l'acquisizione del pacchetto azionario dando soldi a prestito ad un tasso "ragionevole", il finanziere ripaga il prestito utilizzando gli stessi dividendi che la banca stacca annualmente e conferisce le azioni acquisite alla banca per garantire il prestito erogato.

Il ragionamento non fa una grinza fintanto che il prezzo delle azioni rimane stabile, i tassi sono ragionevoli e i dividendi coprono abbondantemente gli interessi passivi.

Purtroppo in questo periodo il meccanismo non ha più funzionato e il pegno delle azioni consegnate a banca Intesa quale garanzia per il prestito è sceso sotto il valore intrinseco del prestito stesso; se la banca dovesse decidere di vendere le azioni per rientrare del proprio credito, ai valori odierni non rientrerebbe dell'esposizione erogata con una ingente perdita per la banca.

A questo punto Vi chiederete come andrà a finire ?

Il nostro finanziere non ha solo un debito di 1,3 miliardi con Banca Intesa ma complessivamente ha ben 6 miliardi di debiti con diverse banche tra le quali BNP e Royal Bank of Scotland le quali hanno fatto pressione affinchè il nostro "raider" vendesse le partecipazioni per ricoprire i debiti o almeno una parte di essi. Questo è almeno quanto normalmente succede nelle relazioni "tradizionali" tra cliente inadempiente e la banca stessa.

Le banche nostrane, tra cui Intesa, avevano due possibilità : permettere a Zaleski di vendere le sue quote per ripagare il debito, penalizzando chiaramente il corso dei titoli in borsa, oppure trovare una soluzione alternativa.

Fra le due non c'è dubbio hanno scelto di subentrare alle due banche estere ripagando il debito del nostro finanziere.

Non c'è che dire, la frequentazione del salotto buono di Mediobanca e l'amicizia con Bazoli è stata provvidenziale.

Che dire, il finanziere avrà pensato : "se perdi un milione è un tuo problema, se perdi 100 milioni è un problema della banca".

Riflettete gente riflettete !!

venerdì 14 novembre 2008

Il petrolio affossa l'Ecuador

Anche oggi abbiamo avuto il nostro bel carosello di brutte notizie, dal dato sulle vendite al dettaglio del mese di Ottobre negli USA, in calo del 2,8% ed al minimo dal 1992, al dato sui risultati di Bulgari che ha dichiarato che il risultato economico del 2008 sarà il peggiore dal crollo delle torri gemelle del 2001 complice il drastico calo nelle esportazioni in Giappone e USA.

Vi ricordate ? Di come il crollo dell'esportazioni impatterà sulla nostra economia ne avevamo parlato ieri.


Ma la notizia che mi ha lasciato a bocca aperta è quella relativa allo stato dell'Ecuador.

L'Ecuador è uno stato di poco più di 13.000.000 di abitanti che ha una discreta riserva di risorse naturali tra le quali, neanche a dirlo, c'è il petrolio. Grazie all'esportazione di petrolio la sua piccola economia ha conosciuto alcuni anni di "relativa" tranquillità economica tanto che, dopo il fallimento del 1999, lo stato aveva proceduto alla ristrutturazione del suo debito con l'emissione di un prestito obbligazionario per circa 510 milioni di dollari che scadrà nel 2012.

In questi giorni queste obbligazioni sono crollate raggiungendo il prezzo di 14 centesimi sull'ipotesi che il paese potrebbe nuovamente dichiarare "default".

Voci ben informate hanno dichiarato che il problema sta tutto nel prezzo del petrolio, il paese ha infatti la necessità che il prezzo del petrolio rimanga all'interno di una forchetta dove il limite inferiore è pari a US$ 76. Sotto questa cifra infatti il paese non riesce a far fronte alla spesa corrente senza intaccare le proprie misere riserve pari a 6 miliardi di dollari.


In realtà il prezzo ottimale per far fronte a tutte le spese inserite a budget è di US$ 95.

Da quando il petrolio ha toccato il massimo di US$ 140 nel Giugno di quest'anno il suo corso si è repentinamente invertito e ha perso oltre 60% del suo valore.





A poco sono inoltre valse le dichiarazioni dell'Opec che hanno annunciato la riduzione della produzione perchè, come già anticipato nel post "la paura fa 60", con oltre sei contratti future per ogni barile di petrolio in circolazione, chi controlla il prezzo del barile di petrolio non sono più i produttori ma è la "speculazione" che, come successo per altre materie prime, ha determinato prima il rialzo incontrollabile dei prezzi e adesso sta speculando al ribasso.


Buona Notte.

giovedì 13 novembre 2008

Preparatevi al peggio

Non voglio spaventarVi ma voglio che siate preparati.

A cosa ?


Al peggio che sta per arrivare. Non toccate ferro, non fate le corna, tanto non serve !


Vorrei aiutarVi a capire ciò che potrebbe accadere a partire dal prossimo Gennaio, voglio che siate pronti e consapevoli per evitare di soccombere a causa degli eventi che si scateneranno in tutto il mondo.

Se avete fegato seguitemi, i deboli di cuore si astengano, gli ottimisti "dell'ultima ora" colgano l'occasione per confrontarsi con un punto di vista differente.


Forse non ve ne siete accorti ma negli ultimi giorni le notizie economiche sono sempre più negative; molti di Voi non se ne sono accorti poichè sulla stampa nazionale, a parte rari casi isolati, si tende a parlare d'altro, a distrarre l'opinione pubblica perchè non si vuole "spaventare" la gente.


Qualche giorno fa la DHL, uno dei più grandi spedizionieri del mondo (oggi fa parte del gruppo Deutsche Post), ha deciso di chiudere le attività sul suolo Americano, continuerà svolgere il suo compito di spedizioniere internazionale ma si limiterà alla tratta internazionale, le consegne locali all'interno degli States verranno effettuate dai suoi competitor UPS e FeDex.

Il costo in termini umani per questa decisione è di 9500 posti di lavoro persi.


Il dato odierno relativo al numero di richieste di disoccupazione, Jobless Claims, ha evidenziato il maggior numero di disoccupati presenti nell'economia Statunitense dal Gennaio 1983.



Oggi British Telecom, la più grande società telefonica Inglese, ha annunciato di voler ridurre la sua forza lavoro di almeno il 6% e pertanto sta pianificando una riduzione di almeno 10000 posti di lavoro. BT ha dichiarato che a fronte dei 10000 posti in meno previsti oltre 4000 persone sono già a casa e che la decisione è dovuta alle previsioni sul futuro della società e sulla difficoltà oggettiva per trovare nuova clientela business e residenziale.


Sempre nella giornata odierna i dati relativi al 3° trimestre 2008 sul Prodotto Interno Lordo della Germania, la più grande economia dell'Eurozona, hanno evidenziato che, con un calo dello 0,5% del PIL, la Germania è chiaramente in recessione. Purtroppo il dato è peggiore delle attese e dimostra che la crisi nell'economia reale sarà più lunga e più cruenta di quello che ci si aspettava. Non è un caso allora se la Daimler abbia deciso di chiudere per un mese intero due degli stabilimenti produttivi più grandi a causa di un calo drastico nelle vendite.
La Germania sta affrontando probabilmente la peggior recessione da 12 anni a questa parte e a partire dalla prossima settimana dovrà affrontare il primo sciopero dei metalmeccanici dopo 20 anni di relativa tranquillità sociale.


Tornando alla situazione d'oltreoceano Wal Mart, la più grande catena di distribuzione al dettaglio, ha comunicato che è riuscita a contenere le perdite nel 3° trimestre perchè ha attuato una politica di forti sconti su beni di largo consumo : shampoo, pizza ai peperoni, mele e i televisori LCD della Sanyo. Praticamente salvati dalla pizza ai peperoni !!


Tutte le notizie riportate segnalano, con modalità differenti, una sola cosa : la crisi economica che dovremo affrontare nei prossimi mesi sarà peggiore del previsto.


Attenzione però, questa a mio avviso è una crisi che viene da lontano che solo ultimamente, con l'acuirsi della crisi finanziaria, è emersa in modo così evidente.


Prendiamo l'esempio della DHL, le attività negli States erano già in perdita da anni, tutti lo sapevano, ma la compagnia sperava di riportarle a pareggio nel giro di qualche anno; l'attuale situazione economica li ha spinti invece a riconsiderare il proprio business model e così hanno deciso di chiudere.


Situazione analoga vale per BT, sono anni ormai che il business "tradizionale" degli operatori telefonici è sotto pressione, ma oggi, complice anche la scarsa visibilità sul futuro, l'azienda ha deciso di ridurre i costi. Perchè alla fine di questo si tratta, di riduzione di costi.


Tenete anche in considerazione che per le aziende, questo periodo è un'occasione eccellente per fare pulizia in casa, ridurre gli sprechi e ridurre il portafoglio di prodotti che non sono particolarmente floridi e con bassa redditività. Pensate al ruolo dei sindacati in questo periodo, in un clima oggettivamente deteriorato, come possono difendere strenuamente tutte le categorie di lavoratori che si troveranno in difficoltà ?


Le aziende lo sanno e questa situazione di oggettiva debolezza permetterà a moltre società di far passare delle grosse ristrutturazioni senza particolari grattacapi perchè i sindacati non potranno opporsi più di tanto.


Sarebbe a questo punto molto più efficace per i sindacati focalizzarsi più sulla difesa dei posti di lavoro più che sui rinnovi dei contratti in scadenza, meglio un lavoro certo che un aumento contrattuale incerto.


Il nostro paese, purtroppo, non brilla per vivacità intellettuale, anche questa volta il nostro ministro delle finanze continua a procrastinare la data in cui ci renderà edotti su quale strada intende perseguire per dare un minimo di respiro all'economia con un piano di aiuti, alle imprese e alla famiglie, che è stato più volte presentato e mai attuato. La sensazione è che, nonostante gli innumerevoli annunci, il buon Tremonti non stia facendo nulla di "concreto" per aiutare l'economia reale e pertanto lo "tsunami" che si sta per abbattere sulla nostra gracile economia la scuoterà con una violenza devastante.


Vorrei ricordarvi che il nostro bellissimo paese è fondamentalmente un paese che esporta i propri prodotti e sono anni che il consumo interno è decisamente deludente tranne che per pochi articoli di tecnologia e telefonici. La gran parte della produzione va all'estero, il cosiddetto Made in Italy è il fiore all'occhiello delle nostre esportazioni ma, in questa situazione dove anche gli Usa e l'Asia sono in crisi, a chi esporteremo i nostri prodotti ?


Come potremo sopravvivere in questo scenario ?

Difficile a dirsi, non c'è una ricetta valida per tutti, coloro che hanno la fortuna di essere considerati "high net worth individuals" probabilmente avranno l'opportunità di fare degli ottimi affari a prezzi bassi, per gli altri saranno tempi duri e dovranno ridurre le spese non necessarie, rinviare gli acquisti non strettamente indispensabili o rivedere completamente il proprio tenore di vita.


Una cosa però è certa, nei prossimi mesi il cash, ovvero la liquidità, la farà da padrone, se le condizioni per il credito dovessero ancora peggiorare sarà importante avere accesso alla liquidità e non dover contare sui finanziamenti perchè sarà oggettivamente più complesso ottenerli sia per i privati che per le aziende.



In bocca al lupo.

martedì 11 novembre 2008

Pensa se Mao fosse ancora vivo !

Chissà a cosa pensava il "quattro volte grande" presidente Mao Zedong quando nel Novembre del 1956 scrisse queste parole in commemorazione del Dr. Sun Yat-sen :

«le cose si sviluppano incessantemente. Sono passati solo quarantacinque anni dalla Rivoluzione del 1911, ma il volto della Cina è completamente cambiato. In altri quarantacinque anni, che è, per l'anno 2001, o all'inizio del 21° secolo, la Cina avrà subito un cambiamento ancora più grande. Essa dovrà diventare un potente paese socialista industriale. Ed è così che dovrebbe essere. La Cina è una terra con una superficie di 9.600.000 di chilometri quadrati e una popolazione di 600 milioni di persone, e lei dovrebbe aver dato un maggiore contributo per l'umanità. Il suo contributo per un lungo periodo è stato di gran lunga troppo piccolo. Per questo sono pentito.» [tratto dal Cap. 18 - Patriottismo e Internazionalismo - del Libretto Rosso o Citazioni dalle opere del Presidente Mao Zedong]

Una cosa è certa, il "Grande Timoniere" se fosse ancora vivo sarebbe molto soddisfatto del cammino fatto dalla Repubblica Popolare Cinese negli ultimi 20 anni soprattutto in ambito economico.

Risultati talmente ecclatanti che oggi, nel bel mezzo di una recessione di portata globale, gli occhi di tutto il mondo sono ormai puntati sulle decisioni economiche che la Cina sta attuando in questi giorni a sostegno della ripresa interna e, di conseguenza, globale.

La Cina insomma, si è trasformata da "fabbrica del mondo" a "motore economico del mondo".


Questa consapevolezza è forte nella testa del primo ministro Wen Jiabao che ha pertanto deciso di stanziare il 15% del Prodotto Interno Lordo, pari a circa $600 miliardi di dollari, come stimolo per la crescita interna. I fondi saranno utilizzati entro la fine del 2010 per ridare slancio all'economia nella forma di investimenti in infrastrutture, ma non solo.
Una parte infatti andrà a ricostruire la martoriata regione del Sichuan devastata dal terremoto, una parte verrà investita nel progetto di ammodernamento delle ferrovie, altri fondi verranno utilizzati per ridare slancio ai consumi sotto forma di tagli alle tasse.

Il problema che il governo Cinese sta affrontando in questi giorni è legato più alla domanda interna che alle esportazioni, gli ultimi dati infatti dimostrano che mentre le esportazioni sono cresciute del 19.2%, nonostante il rapido aggravarsi della crisi economica nel resto del mondo, il consumo interno langue, specialmente il settore delle costruzioni che ha trainato l'economia Cinese negli ultimi anni.

Anche la pressione sui prezzi, cioè l'inflazione, è scesa dello 0,3% in Ottobre dimostrando chiaramente un rallentamento sul fronte dei consumi.


La Cina inoltre rimane uno dei più grossi sottoscrittori di obbligazioni statali USA, i T-Bond, per un totale di circa 550 miliardi di dollari, e insieme con il Giappone possiede circa il 47% delle obligazioni possiedute da soggetti stranieri; per fare un paragone la Banca d'Italia ne possiede solo lo 0,41% per un totale di 12 miliardi di dollari.


Non c'è che dire, il "Presidente Mao" sarebbe sicuramente fiero dei risultati ottenuti.

Buona Notte

lunedì 10 novembre 2008

Ed è solo Lunedì ....

Ieri sera ho scritto un post sulla situazione di General Motor e sulle relative implicazioni che la società ha sull'economia complessiva Americana, oggi il titolo GM è crollato di oltre il 22% in borsa dopo che gli analisti delle maggiori case di investimento hanno "downgradato" la compagnia da Hold (tenere) a Sell (vendere), attribuendo la decisione alla situazione relativa alla scarsa disponibilità di liquidità.

Però, che lungimiranza, ci ero arrivato anch'io.

Complessivamente il titolo GM ha perso oltre l'88% nell'ultimo anno.





Fannie Mae, la famosa agenzia federale per i mutui, ha annunciato una perdita record per il terzo trimestre 2008 pari a 29 miliardi di dollari; questo è il quinto trimestre consecutivo dove la compagnia ha riportato una perdita di esercizio.
Fannie Mae ha dichiarato che la velocità con la quale sta consumando la linea di credito messa a disposizione dalla Fed, dopo la decisione di "nazionalizzare" la società, è tale da aver quasi consumato il capitale sociale della società.
In altre parole la compagnia sta dichiarando che se il trend non cambierà sarà costretta a ricapitalizzare, con denaro pubblico, per svariate decine di miliardi di dollari. Fannie Mae ha dichiarato di avere un portafoglio di mutui pari a 761 miliardi di dollari alla data del 30 Settembre 2008.

Oggi il governo Usa ha dichiarato di voler aumentare la linea di credito concessa ad AIG, la più grande compagnia di assicurazione Americana, e portarla dagli attuali 85 miliardi di dollari a 150. Pare che AIG abbia già consumato gran parte dei fondi messi a disposizione e, onde evitare il fallimento, il tesoro Americano è disposto ad entrare nel capitale della compagnia con una quota pari a 40 miliardi prelevandoli dal fondo messo a disposizione per il piano Paulson & Bernanke. La Fed da parte sua garantirà linee di credito e prestiti per oltre 112 miliardi.

Sempre nella giornata odierna Circuit City, il secondo più grande rivenditore di elettronica di consumo, con oltre 693 punti vendita sul territorio, ha dichiarato fallimento presentando richiesta per l'applicazione del Chapter 11. Circuit City è, per intenderci, l'equivalente della nostrana Mediaworld. La società ha dichiarato che nonostante l'intenzione di ridurre di 155 unità il numero degli store ed eliminare il 17% della forza lavoro non è riuscita a contrastare il trend negativo delle vendite. Circuit City ha dichiarato di avere 2,32 miliardi di dollari di debiti e oltre 100.000 creditori.

Dulcis in fundo negli States è divampata la polemica relativamente al reale ammontare del piano salvataggi messo in campo dalla Fed e dal Tesoro. Oltre al TARP, Troubled Asset Relief Program, conosciuto anche come piano Paulson & Bernanke, la FED ha garantito circa 788 miliardi di prestiti alle banche oltre a 474 miliardi in altri strumenti di finanziamento portando l'esposizione totale della Fed a quasi 2 trilioni di dollari ( 1 trilione = 1000 miliardi ).
La polemica è nata perchè mentre i 700 miliardi messi a disposizione nel TARP sono autorizzati dal congresso che riceve regolare aggiornamento sul loro utilizzo, i rimanenti 1,3 trilioni sono erogati direttamente dalla Federal Reserve senza alcuna trasparenza sul loro utilizzo.
Chiaramente gli Americani cominciano a chiedersi come si è formato questo "pozzo senza fondo" e che impatti avrà sul bilancio dello stato.

Dall'altra parte del mondo, in Cina, nel frattempo è stato varato un piano di stimoli ai consumi interni per oltre 600 miliardi di dollari.


Un miliardo qua, un miliardo là, un trilione di qui, qualche centinaia di milioni sopra e tutto si aggiusta .....

Ma gli stati che non hanno fondi per rilanciare l'economia ?

Aspettano il regalo di Natale del Ministro Tremonti. [vedi articolo]

Buona Notte.

domenica 9 novembre 2008

Obama e il rilancio della classe media

Questo week-end ero a casa con la bronchite e oltre a tenere compagnia al mio piccolino mi sono letto una parte della biografia del nuovo presidente USA. Mi ha lasciato a bocca aperta ! Devo dire che mai avrei immaginato che il percorso del Sen. Obama fosse cominciato così tanti anni fa. Vi consiglio di leggerla, fa bene allo spirito e Vi permetterà di comprendere meglio i suoi prossimi passi nella scena politica mondiale.

Per il momento però dobbiamo concentrarci su quelle che sono state le sue dichiarazioni dopo la storica elezione e cioè l’intenzione di :

- ridare dignità alla classe media aumentandone il reddito pro-capite con una riduzione di tasse per i redditi inferiori a US$ 250.000

- aumento dei sussidi di disoccupazione

- un pacchetto di stimoli all’economia che possa ridare slancio all’ossatura del comparto produttivo Americano e cioè : l’industria automobilistica.

I redditi

Stando a BEA, Bureau of Economics Analysis, nel 2007 il “personal income” medio per cittadino calcolato su una popolazione di 302 milioni di persone è di 38.609 dollari.


Il dato in se non è particolarmente significativo perché non ci dice la percentuale della popolazione al di sotto della soglia di 250.000 dollari indicata nel piano ma, da quello che si scopre navigando nel sito del BEA, si scopre che anche a New York il reddito pro capite e di “soli” US$ 110.292.

Ho pertanto l’impressione che il numero di persone che negli USA ha un redditto superiore a 250.000 dollari non sia significativo. Ribaltando l’affermazione è come dire ridurremo le tasse a tutti i cittadini americani tranne a coloro che hanno un reddito importante.

Se così fosse, ma dubito il contrario, l’operazione in questo momento storico non è perseguibile a causa del crescente deficit.



Nel 2 trimestre 2008 infatti il deficit è cresciuto a -183.1 miliardi di dollari dal precedente livello di -175.6 milardi, in questi numeri è incluso solo in parte lo stimolo fiscale voluto dal presidente Bush e l’attuale piano di intervento da 700 miliardi per il salvataggio della finanza creativa, il cosiddetto piano Bernanke & Paulson.

I sussidi

I cosiddetti “sussidi statali” hanno, nel 2007, inciso nel bilancio dell'unione per ben 1.681 miliardi di cui i sussidi di disoccupazione sono stati solo 32 miliardi. Fa specie vedere che i sussidi per i “veterani” siano stati pari a 41 miliardi, poco più dei sussidi di disoccupazione, in un paese che ha all’attivo oltre 23 milioni di ex militari sono pari a poco più di 1.780 miseri dollari per persona all’anno. Per inciso il numero riportato è di 23.442.000 veterani viventi di cui 17.560.000 ex combattenti di guerre sostenute dagli USA; stiamo parlando di circa il 6% della popolazione vivente !

E’ chiaro che questi sono solo i “veterani” poi ci sono da aggiungere gli effettivi che prestano servizio in questo momento storico dove gli States sono coinvolti in almeno due guerre contemporaneamente; non c’è che dire gli Stati Uniti sono decisamente un paese dove la prima industria nazionale è l’industria bellica.

Ora se tanto mi da tanto i sussidi per disoccupazione saranno ancora meno “generosi” di quelli erogati ai veterani. Il numero di disoccupati negli Usa è pari al 6,5% della popolazione in età da lavoro, solo nei primi 10 mesi del 2008 negli Stati Uniti circa 1,2 milioni di lavoratori ha perso la propria occupazione. Pertanto se la proposta di aumentare i sussidi di disoccupazione non può che accogliere il favore di tutti, mi chiedo come si farà a conciliare un aumento considerevole del sussidio, portandolo almeno ad un livello tale da garantire la “sussistenza” biologica, e l’esigenza di contenere il deficit statale.

Purtroppo anche in questo caso il presidente Obama dovrà fare i conti con la disponibilità di cassa.

L’industria automobilistica

L’industria automobilistica americana è in condizioni disastrose, il periodo contingente è il peggiore da 25 anni a questa parte e le tre principali società del settore, General Motors, Ford Motor e Chrysler, stanno cercando in tutti i modi di ottenere un prestito “ponte” di almeno 50 miliardi per riuscire a sopravvivere.

Purtroppo il tempo stringe, la General Motor ha dichiarato di non avere abbastanza liquidità per arrivare alla fine dell’anno a meno di “significativi” aumenti di capitale. La più grande compagnia di automobili d'oltreoceano ha riportato perdite per oltre 4,2 miliardi di dollari nel terzo trimestre di quest’anno e la liquidità disponibile è arrivata a 16 miliardi dai 21 di fine Giugno. Se la situazione non si inverte la General Motor sta correndo incontro alla sua fine alla velocità di 1,6 miliardi di dollari al mese.

Anche il piano di fusione con la Chrysler è saltato, piano che qualche settimana or sono aveva trovato spazio sulle maggiori testate finanziarie d’oltreoceano. Il problema è che General Motor è l’industria automobilistica americana, con i suoi 266.000 addetti e con l’indotto rappresenta la spina dorsale dell’industria automotive; un suo deprecabile fallimento significherebbe mandare sul lastrico qualche milione di famiglie per non parlare poi degli impatti finanziari. Le obbligazioni emesse nel corso degli ultimi decenni da GM sono finite nei portafogli di tutti i fondi pensione e non solo, stando alle indicazioni del DTCC l’esposizione del “sistema”, per i contratti CDS, è di oltre 64 miliardi di dollari mentre relativamente alle obbligazioni in circolazione parliamo di cifre che potrebbero far impallidire al confronto con il fallimento di Lehman.


Detto questo è chiaro che nessuna amministrazione può permettersi di lasciar fallire la principale industria americana, tantomeno il neoeletto presidente Obama. A tal fine è molto probabile che sarà data facoltà alla GM, come a tante altre aziende, di accedere ai finanziamenti stabiliti dal piano Bernanke & Paulson; si deve solo dipanare il dubbio se a fronte di una partecipazione nel capitale della compagnia ( equity stake ) o a fronte di un “collaterale” da stabilire.

E’ ancora da stabilire, ovviamente, la durata e l’ammontare del finanziamento. Soprattutto la durata è la variabile chiave dell’operazione perché è ormai chiaro che a breve termine il mercato automobilistico soffrirà dannatamente, mentre è probabile che nel lungo termine il settore saprà riconvertirsi a nuovi modelli ecologici spinti da combustibili eco-friendly : alcool, metano, idrogeno.

Conclusioni


Se da un lato sono abbastanza convinto che non ci saranno problemi a trovare fondi per il settore auto, dall’altro sono preoccupato perché in questo momento storico sarà complesso trovare fondi per la riduzione delle tasse e l’aumento dei sussidi di disoccupazione.
E’ altresì vero però che un modo ci sarebbe, limitare le spese militari che oggi assorbono gran parte delle risorse di bilancio. Un tentativo in tal senso il neo presidente lo farà, ha infatti dichiarato di voler ritirare gran parte delle truppe dall’Iraq e dall’Afganistan, ma sarà interessante valutare se l’indipendenza dimostrata in campagna elettorale sarà confermata durante la sua presidenza.

Non è un caso che proprio in queste ore i media riportino nuovi deliranti messaggi di sfida da parte di Al-Qaeda, a mio avviso un mal celato tentativo da parte delle lobby belliche americane di far pressione sul neo presidente per non ritirare le truppe, un messaggio molto chiaro a chi sa leggere tra le righe.

Ma è proprio da questi messaggi che vedremo il carattere di questo nuovo presidente, se sarà veramente capace di resistere alle tentazioni dei falchi americani mettendo in gioco un nuovo ordine mondiale basato più sulla politica del dialogo che sulla forza.

Meditate gente, meditate …